mercoledì 10 maggio 2017

Se mi tornassi questa sera accanto

Giosuè Pindari - uomo antico, legato alla terra, alla famiglia e a un ideale politico - scrive lettere alla figlia Lulù, che se ne è andata e non dà più notizie di sé, e le affida alla corrente del fiume, arriveranno mai? Non è importante saperlo. In fondo il fiume, con le sue piene improvvise, sa sempre come arrivare a destinazione.
In quella distanza vive Lulù che d’un tratto, dalle sponde di un altro fiume - dopo l’incontro con Andreone, l’uomo “leggero” che aspetta la piena - è come se rispondesse alle lettere paterne, seguendo la corrente.

"In quel momento Lulù pensò a quanto sia complicata la vita per i figli dell'uomo, che cercano il perdono definitivo per quello che fanno, ma non perdonano mai se stessi per quello che non hanno fatto. E poi c'era questa cosa che la tormentava da quando aveva memoria, questa riluttanza o forse incapacità degli uomini di dire una parola che ripara, la parola che aggiusta.



La donna giusta

Un pomeriggio, in una elegante pasticceria di Budapest, davanti a un gelato al pistacchio, una donna racconta a un’altra donna come un giorno, avendo trovato nel portafogli di suo marito un pezzetto di nastro viola, abbia capito che nella vita di lui c’era stata, e forse c’era ancora, una passione segreta e bruciante, e come da quel momento abbia cercato, invano, di riconquistarlo. Una notte, in un caffè della stessa città, bevendo vino e fumando una sigaretta dopo l’altra, l’uomo che è stato suo marito racconta a un altro uomo come abbia aspettato per anni una donna che era diventata per lui una ragione di vita e insieme «un veleno mortale», e come, dopo aver lasciato per lei la prima moglie, l’abbia sposata – e poi inesorabilmente perduta. All’alba, in un alberghetto di Roma, sfogliando un album di fotografie, questa stessa donna racconta al suo amante (un batterista ungherese) come lei, la serva venuta dalla campagna, sia riuscita a sposare un uomo ricco, e come nella passione possa esserci ferocia, risentimento, vendetta. Molti anni dopo, nel bar di New York dove lavora, sarà proprio il batterista a raccontare a un esule del suo stesso paese l’epilogo di tutta la storia – e in qualche modo a tirarne le fila. Al pari delle "Braci" e di "Divorzio a Buda", questo romanzo appartiene al periodo più felice e incandescente dell’opera di Márai, quegli anni Quaranta in cui lo scrittore sembra aver voluto fissare in perfetti cristalli alcuni intrecci di passioni e menzogne, di tradimenti e crudeltà, di rivolte e dedizioni che hanno una stupefacente capacità di parlare a ogni lettore.Nel 1941 Márai pubblicò "Az igazi" ["La donna giusta"], un romanzo composto di due lunghi monologhi; per l’edizione tedesca del 1949 ("Wandlungen der Ehe") ne aggiunse un terzo, scritto durante il suo esilio italiano; nel 1980 quest’ultimo fu da lui rielaborato e dato alle stampe, insieme all’epilogo, con il titolo "Judit... és az utóhang" ["Judit... e un epilogo"]. La presente edizione raduna per la prima volta le quattro parti del romanzo.


La caduta delle consonanti intervocaliche

La caduta delle consonanti intervocaliche, avvenuta tra il X e l’XI secolo nella regione dove sarebbe poi nato il Portogallo, è il fenomeno linguistico che ha cominciato a separare il portoghese dallo spagnolo. Un passaggio importante per Heliseu da Motta e Silva, professore brasiliano di filologia romanza: la nascita della sua lingua, il fondamento del suo lavoro e, curiosamente, anche il motivo per cui ha conosciuto sua moglie. Ormai in pensione, Heliseu si sveglia il giorno in cui l’università si appresta a omaggiarlo e inizia a preparare mentalmente il discorso di ringraziamento. Alla sua età, s’impone un bilancio. Ed ecco allora venirgli in mente la possibilità di ripercorrere la propria carriera attraverso gli avvenimenti, anche quelli più intimi, di un’esistenza apparentemente perfetta: l’inizio negli anni Sessanta, quando il paese (come il resto del mondo) era tutto un fermento libertario; il matrimonio con Mônica, il figlio maschio, lo stipendio fisso, il bell’appartamento, gli inizi della dittatura, l’infatuazione per una giovane dottoranda francese, la pubblicazione importante e, infine, il buen ritiro tranquillo e soddisfatto di chi ha avuto una vita piena. Ma è andata veramente così? Nell’organizzazione del ricordo, dei ricordi, nella scelta delle cose da dire e da tacere, si insinuano continuamente dubbi, altre possibilità di racconto, deviazioni nella narrazione. Di perfetto, nella vita di Heliseu, c’è ben poco. Il disprezzo dei colleghi, l’estraneità del figlio, la tragica morte della moglie: tra fallimenti, mistificazioni, sensi di colpa, è andato tutto storto, ed è il momento di riconoscerlo. In questo romanzo toccante, di grande bellezza e di sottile poesia, Cristovão Tezza ci racconta con grande maestria una storia universale: la storia della nostra umana incapacità alla vita. «Un libro da maestro». «Veja» «Una delle voci più importanti, rispettate e creative della letteratura brasiliana attuale». «Diário da Região» «Le sue sconfitte, le vittorie e i conflitti sono gli stessi di tutti noi». «Estado de Minas» «Nel più proustiano dei suoi romanzi, Tezza ci presenta un uomo in lotta con le colpe e i rimpianti di una vita intera». «Bem Paraná» «Una scrittura dalle innumerevoli voci, quasi rielaborasse Machado de Assis con una maschera folle, ma senza mai perdere la rotta della chiarezza».


martedì 9 maggio 2017

The Girls


Ho iniziato questo libro con più di un pregiudizio, ed onestamente mi sono ricreduto... girando e romanzando su un fatto di cronaca la Cline secondo me ci parla di altro, dell'adolescenza; lo fa con una lingua non diversa da altri, ma sicuramente attraverso una storia più "particolare"; è scritto molto bene , non sembra proprio una sapientina immatura come qualcuno l'ha descritta, da qui al genio ne passa, ma una scrittrice del 1989 con questo esordio può darci soddisfazioni.Maggiori informazioni le trovate qui.